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Asia / Malaysia / Kuala Lumpur

18-12-06 E’ la prima volta che visito un paese musulmano. La mia prima impressione è positiva. Kuala Lumpur, la capitale della Malaysia è una città strana. C’è una enorme comunità cinese e di conseguenza c’è anche la China Town. Un’altre tanto grande comunità di indiani e così c’è anche la Little India. Ma non riesco, osservando le fisionomie dei visi, ad individuare i malesi. Dubito fortemente che tutte le ragazze con il velo arabo siano malesi. Forse sono estinti, oppure sono perfettamente amalgamati assieme alle altre etnie. La capitale, non è poi male. C’è un enorme parco cittadino. Alcuni palazzi storici. Altri moderni, come le Petronas Twin Towers. La monorotaia sopraelevata. Ma c’è qualcosa che manca completamente. Il sole! Non capisco. Più mi sposto verso sud e mi avvicino all’equatore e meno vedo il sole. E in questo periodo siamo nella stagione secca per fortuna. E quando viene la stagione delle piogge? Questi poveracci, il sole non lo vedono proprio mai. Stiamo meglio noi con due giorni all’anno di nebbia nella pianura Padana. D’inverno di solito fa un freddo cane e d’estate fa più caldo che ai tropici. Ma almeno il sole, noi, lo vediamo in tutte le stagioni. Un aneddoto simpatico mi è capitato all’arrivo dalla Thailandia alle quattro di mattina a Kuala Lumpur. In autobus eravamo pochissimi. Quattro occidentali me compreso. Scendiamo in centro a Kuala Lumpur in mezzo ai grattacieli e ci dicono che siamo nella stazione principale degli autobus a lunga percorrenza. Tempo di svegliarmi un po’. Scruto i cartelli delle vie e dei palazzi per capirmi dove ci troviamo. In quanto la presunta stazione è una grande arteria stradale e niente di più. Gli altri tre, una coppia di inglesi e un australiano, scalpitano. Vogliono andare in Hotel subito. Chiedono ad uno dei molti tassisti che ci stanno a dosso il prezzo per andare a China Town. Io gli dico subito, che stiamo già a Chiana Town, basta che mi lascino un altro attimo per capirmi meglio. Ma no. Non si fidano e prendono il taxi. Un altro tassista continua ad insistere che anch’io prenda un taxi per China Town, il suo ovviamente. E io gli rispondo, con il mio perfetto inglese da Oxford. I’m not stupid. I’m Italian. China Town it’s Here (Io non sono stupido. Io sono Italiano. China Town è qui dove ci troviamo). E quello ripete la frase che ho appena detto, in malese o in qualche altra lingua a un suo collega e scoppiano a ridere. Mi sono stancato, adesso parto. Un punto di riferimento certo l’ho già trovato. Un albergo segnalato sulla mappa. Adesso per essere certo in che direzione andare ne devo trovare un altro. Prendo la via principale e faccio un pezzo di strada. L’ostello che cerco non deve trovarsi a più di cinquecento metri di raggio da dove si è fermato l’autobus. Chiedo ad un indiano che gestisce un bar, se sto andando nella direzione giusta. E come prassi sono andato nella direzione sbagliata. A mettermi in confusione è stata la mappa. Il cartografo, bravissima persona, ha segnato una enorme rotonda sul punto preciso dove sono sceso dall’autobus. Ma li, di rotonde non c’è ne sono. Ritornato nel punto di partenza, percorro duecento metri in un altro senso, quello giusto questa volta e così trovo il secondo punto di riferimento. Come volevasi dimostrare, China Town è effettivamente dove ci siamo fermati. L’ostello che sta in mezzo alla cittadella cinese è a meno di quattrocento metri dalla fermata dell’autobus. E la cosa più importante è che l’italiano non è stupido.

Non so, sarà il tempo, ma non vedo l’ora di andarmene. Ma la mia missione è chiara fare il visto per l’India e già che ci sono guardarmi un po’ attorno cosa c’è di interessante. Sono arrivato alla domenica mattina alle quattro. Il giorno successivo il 18 Dicembre, lunedì, prima dell’apertura ero già di fronte al High Commission of India. Cosa vuoi, tutti hanno i moduli per il visto o le altre carte già compilate in mano. Io, che sono meglio degli altri, non ho nulla. Sono andato alla ricerca disperata della penna, poi ho trovato il primo modulo e successivamente ho raccattato il secondo da una ragazza che ne aveva uno in più. In fine ho approfittato della cartellina rigida di un ragazzo per poterli compilare. Ho fatto il meglio che potevo essendo scritto tutto in inglese ovviamente. Aspetto il mio turno del sportello n°1. Consegno le carte. Faccio un’altra fila la n°2. Pago una quota del visto. E la signora mi da il foglietto per il ritiro, dicendomi tra le altre cose incomprensibili per me, di ritornare dopo quattro giorni lavorativi. Rimanere tutto questo tempo a Kuala Lumpur mi sembra una perdita di tempo insopportabile, così decido di visitare il porto di Melaka.
--> Melaka
<-- Thailandia / Ko Lanta



Ritornato a Kuala Lumpur in tempo per il visto, faccio il solito giro a piedi fino in stazione degli autobus urbani (Sentral). Prendo il T82 che mi porta distante dal centro. Perché come è ovvio le ambasciate si fanno in periferia di solito! Scendo dall’autobus. Faccio un paio di chilometri a piedi, rischiando di venire investito più volte. In quanto, le strade le sanno fare ma le infrastrutture per i pedoni se le sono scordate. Arrivo al consolato, ovviamente in abbondante anticipo. Aspetto i comodi della signora che non ha tanta voglia di lavorare oggi. Faccio la fila e quando è il mio turno mi dice che non mi da nulla se prima non pago. E va bene, dove è il problema. Il problema sta che dovevo venire questa mattina alle 10 per portare il passaporto e pagare la cifra rimanente. Ma io questo non l’avevo capito e del resto nel pezzo di carta che ho in mano è sbarrato alle 4:30 p.m. Così adesso mi tocca rimanere a Kuala Lumpur fino al 26 Dicembre, bene che vada. Sperando che quando mi presento alla mattina alle 10 non mi dica che la mia richiesta è stata respinta. Già ho tirato una valanga di cani, in quanto volevo ritornare in Thailandia e godermi il Natale al mare sdraiato sotto ad una palma, invece no! Mi tocca rimanere qua a perdere ulteriore tempo in un posto che non mi piace. Ma ci può stare, basta che finisca presto. E che mi diano il benedetto visto.
Finalmente è arrivato il 26. Faccio la solita trafila fino ad arrivare al consolato. Quando vado a prendere il numero, l’addetto mi dice che a me non serve. Incominciamo con le stranezze. Chiedo in quale sportello devo incolonnarmi. Mi dice prima il n°1 e poi il 2°. Al primo ci sono quelli che fanno la stessa trafila che ho fatto già anche io e li non si passa. Vedo una ragazza al n°2 e gli chiedo informazioni. Anche lei è nelle mie stesse condizioni e mi chiede se prima di venire ho telefonato, in quanto la data e normalmente da verificare tramite telefono. Pensate che io l’abbia capito questo? Chiaro che no! Ma almeno mi conferma che a suo giudizio le informazioni si trasmettono da viaggiatore in viaggiatore, la fila corretta è la seconda. Aspetto il mio turno è finalmente riesco a consegnare il passaporto. Quindi adesso c’è da aspettare a tempo indeterminato. Mi va di lusso, solo mezza ora. Gli addetti prendono la mia pratica, la verificano e acconsentono al pagamento totale della quota. 152 RM più i 40 RM già pagati come tasse d’ufficio. Adesso non mi resta che tornare nel pomeriggio. Alle 16:30 faccio la fila n° 1 questa volta, almeno cambio. L’addetta serve contemporaneamente due file, spostandosi ad ogni nuova persona. Alla fine, in modo sorprendentemente rapido, c’è l’ho fatta. E’ stata dura e confusionaria. Ma ho il visto in mano per l'India.
--> Thailandia, Phuket e Patong beach
<-- Melaka
 

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